La Ue e la legge dello SVILUPPO INEGUALE

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Merita attenzione da parte di coloro che militano nel movimento operaio e, in genere, da parte di chiunque si interessi alla situazione e alle prospettive del nostro Paese e dell’Europa il dibattito promosso in questo mese di agosto dal sito web “Le parole e le cose” sui temi e sui problemi che sono al centro del libro dell’economista progressista Alberto Bagnai, intitolato “Il tramonto dell’euro” (cfr. http://www.leparoleelecose.it/?p=11616#comment-106116 ).

I fautori dell’eurozona manifestano la loro preoccupazione per il possibile collasso dell’euro. Ma se l’Italia tornerà alla lira e tutti gli altri paesi torneranno alle vecchie divise, in modo da poter accordare la propria economia alle necessità politiche degli Stati, è evidente, come sostiene con validi argomenti Bagnai, che a guadagnarci saranno i popoli e a rimetterci le banche. Il problema della fuoriuscita dall’euro è solo un problema di volontà politica, mentre il problema economico è tecnico, quindi secondario. D’altronde, sostiene Bagnai con solidi argomenti, prima si farà questa scelta e minori saranno i costi che ad essa si accompagneranno. La cosa peggiore sarebbe infatti arrivarci sotto la sferza di una necessità non più eludibile e non più differibile, laddove, fin quando esistono dei margini di manovra, è ancora possibile coordinarsi con altri paesi a noi affini (Spagna, Grecia, Portogallo) e rafforzare i rapporti economici e politici, oltre che con l’area del Mediterraneo, con l’area dei paesi Brics, naturale punto di riferimento per le nostre esportazioni. D’altronde, uscire dall’euro non significa altro che liberarci dalla camicia di forza della Uem, cioè dal giogo del capitale finanziario transnazionale, e aprire uno spazio nuovo per il rilancio, su ben altre basi, dell’unità europea. Perfino la Germania, meno insipiente di altri governi (fra cui i nostri) la cui adesione all’euro è stata finora un atto di fede e una scelta masochista, sta riesumando il marco per fronteggiare la fine di quella moneta unica che pure le ha recato molti vantaggi. La verità è che in Europa la creazione artificiale e artificiosa dell’euro e la correlativa Unione Europea stanno abortendo, come era del tutto normale che avvenisse in un periodo di crisi economica.

Gli eurofili paventano catastrofi, come se fossimo all’ultima spiaggia, eppure in quei paesi dell’Unione dove la valuta europea non è mai entrata l’economia non è affatto malridotta (dalla Danimarca alla Polonia, dall’Inghilterra alla Svezia e alla Repubblica ceca). La situazione dell’Italia è peggiorata, peraltro, a causa della depressione industriale

aggravata dalla passività di governi che, per compiacere le Borse, hanno abbandonato le politiche industriali e gli accordi mondiali con le potenze emergenti. Eppure, se guardassimo allo stesso debito pubblico con un’altra ottica, che non è quella delle agenzie di ‘rating’, scopriremmo che esso è anche un credito enorme a cui non è affatto impossibile attingere per finanziare un modello di sviluppo alternativo a quello neoliberista che ci sta portando alla rovina. Se l’euro diventerà la nostra tomba economica è solo perché le classi dirigenti italiane (da Berlusconi a Prodi, da Ciampi a Dini, da Monti a Letta) si sono scavate la fossa politica con le loro stesse mani. A questo proposito, vale la pena di precisare che l’origine del debito pubblico è un altro esempio di falsa spiegazione, per altro funzionale agli interessi dominanti, poiché i difensori di quegli interessi (tanto al governo quanto all’opposizione) si guardano bene dal dire come fa invece Bagnai che l’origine di tale debito non sta dal lato delle uscite, ma dal lato delle entrate. Queste ultime, grazie alle misure di detassazione dei profitti e al vero e proprio piano di sabotaggio dello ‘Stato sociale’ posto in essere nel corso dell’ultimo ventennio, sono andate progressivamente diminuendo, talché il rapporto entrate/Pil da allora non è più aumentato. Orbene, come dimostrano i fatti precedenti, la spesa sociale, lungi dall’essere un regalo della fiscalità generale, rivela sempre più la sua vera natura di variabile dell’accumulazione del capitale in una fase di declino. Anche le progressive riduzioni del tasso di sconto decise dalla Bce non modificano, stante il ferreo vincolo di bilancio dal lato delle spese, una politica economica che continua ad essere fondata sui due dogmi monetaristi per cui: 1) + spesa pubblica = – investimenti privati, 2) un aumento di offerta di denaro superiore al Pil genera inflazione. D’altro canto, la storia insegna che le epoche di aumento della spesa pubblica e di pieno impiego hanno coinciso con la prima e con la seconda guerra mondiale, mentre sia la storia che la cronaca ci insegnano la funzione (non solo politica, ma anche e soprattutto) economica del permanente stato di guerra in cui (e di cui) vive la superpotenza mondiale. In effetti, sia la destra che i riformisti sono incapaci, sul piano teorico, di cogliere il nesso tra autovalorizzazione e capitalismo: quel nesso che spiega come mai la spesa pubblica incontra un limite nel momento in cui la redditività del capitale diminuisce; quel nesso che spiega come mai la domanda complessiva (= beni di consumo + beni di investimento) non aumenta e come

mai la riduzione dei salari (sia diretti che indiretti) serve a questo preciso scopo; quel nesso che spiega come mai la costante di tutte le manovre finanziarie è sempre questa; quel nesso che esprime la tendenza al declino del saggio di profitto, iniziata per l’appunto negli anni ’70 e tipica dell’intera economia mondiale. La conclusione è che, rispetto alla crisi economica mondiale, non esistono né una fuoriuscita di destra (il liberismo puro è solo un’utopia reazionaria) né una fuoriuscita di sinistra (il keynesismo puro è un impraticabile sogno riformista). In tal modo, le politiche economiche seguite dai governi borghesi (con o senza la partecipazione dei riformisti) non sono né carne né pesce, ma si limitano molto empiricamente a mescolare e dosare in misura variabile (ma dipendente, in buona sostanza, dalla natura di classe del blocco sociale di consenso) elementi  propri di una politica di sostegno dell’offerta (= liberismo) con elementi propri di una politica di sostegno della domanda (= keynesismo). Sennonché, data la relazione esistente, secondo il noto teorema di Kalecki, fra democrazia, capitalismo e piena occupazione – relazione in virtù della quale i suddetti termini possono procedere, come la storia e l’economia del nostro secolo dimostrano, soltanto a due a due , i margini sempre più ristretti della coppia ‘democrazia-capitalismo’ rendono matematicamente inevitabile il dilemma, che solo la lotta di classe potrà sciogliere, tra la coppia ‘capitalismo + piena occupazione’ (= fascismo) e la coppia ‘democrazia + piena occupazione’ (= socialismo). Ritengo perciò che l’importante dibattito citato all’inizio e tuttora in corso stia dimostrando che, perlomeno dal punto di vista teorico, è possibile fuoriuscire all’euro e dalla UE (un’endiadi indissociabile) e porre termine al ciclo neoliberista avviato trent’anni fa. La fuoriuscita dall’euro è pertanto un obiettivo che riveste un significato strategico per il futuro della nostra nazione. È evidente, inoltre, per citare un altro economista progressista, Emiliano Brancaccio, che una politica diretta a combattere la disoccupazione e quindi ad ottenere un aumento dei salari implica, in una fase storica in cui emergono con forza paesi come la Cina, la Russia, l’India e il Brasile, provvedimenti protezionistici relativi a specifici settori e quindi, anche su questo versante, l’uscita dalla Ue. La ripresa delle esportazioni verso i paesi europei implica, a sua volta, il ritorno alla moneta nazionale svalutata. Se per attuare la fuoriuscita dall’euro e dalla Ue (questa è la giusta via da seguire, ben diversa sia dal terrorismo euromonetario della fazione filotedesca sia dal vicolo cieco di un velleitario rifiuto del debito, agitato da fazioni massimaliste, ma in realtà opportuniste) si deve ripristinare la centralità del settore pubblico dell’economia, attribuendo ad esso un ruolo di orientamento e di indirizzo degli stessi investimenti privati sino ad introdurre elementi di pianificazione economica, come è possibile farlo rimanendo nella Ue che è uno spazio senza frontiere dominato dalla concorrenza, che non permette né monopoli né posizioni dominanti e neanche aiuti di Stato? Per attuare questa strategia di “rinazionalizzazione” occorre quindi nazionalizzare le banche e fare del credito un pubblico servizio, rompendo anche su questo terreno con la concezione e con la pratica privatistiche della Ue. L’euro è l’ostacolo da abbattere, come risulta sempre più chiaro e inoppugnabile alla luce delle analisi svolte da molti economisti progressisti europei, dal francese Jacques Sapir al nostro Alberto Bagnai. Con l’importante presa di posizione anti-Ue di Oskar Lafontaine il quadro si è finalmente esteso anche a parte della sinistra tedesca. È dunque auspicabile che nel volgere dei prossimi mesi si costituisca anche in Italia un vasto fronte popolare che prenda una posizione patriottica coerente, ponendo fine alle ambiguità che ancora permangono e affermando con forza la necessità di chiudere l’esperienza della moneta unica e di questo processo di integrazione europea.

Da questo punto di vista, vale la pena di sottolineare che risultano alquanto fastidiosi gli isterismi cui si abbandonano molti europeisti di tendenza fondamentalista, che non solo non indicano soluzioni ai problemi che l’euro ha creato e sta progressivamente aggravando, ma, come altrettante Cassandre, si stracciano le vesti preconizzando conseguenze catastrofiche qualora si verificasse la disintegrazione della moneta unica e dell’eurozona. Certamente la fuoriuscita dall’euro comporterebbe, almeno nell’immediato, una svalutazione del potere d’acquisto interno, un aumento dei costi dell’energia e qualche altra incognita, ma ciò  non può essere lo spauracchio per esorcizzare lo svincolamento da un meccanismo che ci sta soffocando a poco a poco. Inoltre, solo partendo da un’ottica del tutto subalterna al capitale finanziario è possibile auspicare, come fanno gli euro-fondamentalisti coniugando il massimo dell’illusionismo con il massimo dell’utopia, che con la costituzione degli Stati Uniti d’Europa, realizzando una maggiore integrazione europea e facendo dell’euro una moneta con una entità statale sovranazionale alle spalle, si possa uscire dalla crisi che attanaglia l’eurozona.

Una tesi, questa, che ignora, in buona sostanza, la natura della UE, che è quella di essere creatura e strumento del capitale, come i marxisti hanno sempre ribadito. Lenin

è stato infatti il primo marxista a sottolineare che in un regime capitalistico un’unione politica degli Stati europei è impossibile o reazionaria. Affermare, d’altra parte, che,

nelle condizioni attuali, l’uscita dei popoli dalla Ue e dall’euro equivarrebbe ad una catastrofe per i popoli stessi significa soltanto ripetere ciò che si affannano ad affermare

quotidianamente i rappresentanti delle imprese multinazionali e delle potenze imperialiste. Non si deve poi dimenticare (o sottacere, come fanno gli apologeti degli “Stati Uniti

d’Europa”) che i popoli non sono mai stati consultati sull’entrata nella Ue. Il cosmopolitismo liberale e filo-statunitense che caratterizza questa concezione politica e ideologica

mira così ad impedire che i partiti dei lavoratori prendano decisamente nelle loro mani la bandiera della libertà, della sovranità e dell’indipendenza nazionale, svenduta dalla borghesia compradora ai ‘mercati finanziari’. Anziché sognare la costituzione degli “Stati Uniti d’Europa” e spargere illusioni sulla sua desiderabilità politica e sulla sua concreta possibilità, occorre invece lottare in modo conseguente, e fin da oggi, contro le politiche di austerità e per l’uscita dalla UE e dall’euro, rilanciando, insieme con la

prospettiva del socialismo, un progetto di “rinazionalizzazione” del nostro Paese.

La crisi capitalistica è lungi dall’essere conclusa. L’oligarchia finanziaria ha indebitato gli Stati per salvare il sistema finanziario, le banche e le grandi imprese. A questo

scopo sono stati utilizzati migliaia di miliardi di fondi sottratti alle spese sociali. Allo stesso tempo, sono stati abbassati i salari, la disoccupazione è aumentata, la miseria e la

precarietà colpiscono settori sempre più ampi delle masse. I mercati finanziari che speculano sulla bancarotta degli Stati esigono più austerità, nuove privatizzazioni, nuovi tagli

ai diritti sociali. Per salvare l’euro, i dirigenti delle grandi potenze che dominano la Ue, il Fmi e la Bce, hanno imposto un piano di super-austerità, il “patto di stabilità” che salva le istituzioni finanziarie e getta ancor più nella miseria e nell’insicurezza le classi lavoratrici e i giovani. Per imporre questa politica di regressione, che è anche una politica di repressione sociale, i governi rafforzano le leggi liberticide e criminalizzano le proteste. Non esitano a riprendere gli argomenti razzisti dei fascisti e dei leghisti, i quali, a loro

volta, sviluppano il populismo e la demagogia sociale. Tuttavia, nonostante queste politiche antioperaie, l’economia ristagna ed i contrasti fra le potenze imperialiste aumentano.

La Ue, un accordo temporaneo fra Stati e imprese capitalistici creato per battere il socialismo e reggere la concorrenza degli Usa, appare sempre più divisa e impotente a fronteggiare la crisi. Ma qual è il motivo reale del suo fallimento? È la legge dell’ineguale sviluppo economico e politico del capitalismo a rendere la Ue impossibile o reazionaria.

La Ue si spacca, adotta il modello a “più velocità”, affonda la “solidarietà reciproca”, in forza di questa legge assoluta del capitalismo, confermata dal crescente divario fra le

economie degli Stati membri. D’altro canto, le potenze imperialiste più forti, come la Germania e la Francia, hanno sfruttato questo fattore per rafforzare le loro posizioni.

Un esempio: la bancarotta della Grecia era una realtà fin dal 2006 e si è poi acuita con la crisi mondiale. La Ue lo sapeva, ma non ha fatto nulla perché la borghesia tedesca e

francese ci speculavano sopra. In un regime capitalistico non può esistere cooperazione e solidarietà, ma solo concorrenza e rapine per accaparrarsi mercati, risorse, zone di influenza. Dalla legge dell’ineguale sviluppo però deriva anche la possibilità della vittoria del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, in cui il proletariato prende il potere. Questo deve essere il progetto a lungo termine del movimento di classe: un progetto di cui la strategia della “rinazionalizzazione” si rivela essere un anello fondamentale e decisivo.

Eros Barone

 

Pubblicato il 16 Settembre 2013

 

(da lavorosocieta.cgil.it)